L’ansia durante la crescita: riconoscerla e aiutare bambini e adolescenti

Come si attiva l’ansia e cosa la mantiene

L’ansia è una risposta protettiva che nasce dall’interazione di due processi: una reazione fisiologica rapida e un meccanismo cognitivo che contribuisce a mantenerla nel tempo.

Dal punto di vista fisiologico, l’amigdala svolge un ruolo centrale: intercetta i segnali di possibile pericolo e, attraverso l’ipotalamo, attiva rapidamente la risposta di allarme dell’organismo. Il corpo si prepara così a reagire, mettendo temporaneamente in secondo piano le funzioni non essenziali.

La persona avverte questa attivazione attraverso una serie di modificazioni somatiche: il battito cardiaco accelera, il respiro diventa rapido e superficiale, i muscoli si tendono e possono comparire sudorazione, tremori, bocca secca e una sensazione di debolezza alle gambe. Possono presentarsi anche disturbi gastrointestinali, come mal di pancia, nausea. Sul piano cognitivo si verifica un restringimento dell’attenzione e una difficoltà di accesso alle funzioni della corteccia prefrontale, deputate al ragionamento e alla pianificazione.

Quando la minaccia riguarda la separazione dalla figura di riferimento, la risposta di allarme può diventare particolarmente intensa. Per il bambino, infatti, il genitore rappresenta una base sicura e svolge una funzione di regolazione esterna. Attraverso la presenza, il tono della voce e il contatto fisico, il bambino riceve segnali concreti che gli indicano di non essere solo e di poter contare su qualcuno capace di proteggerlo e aiutarlo. Questi segnali permettono al sistema nervoso di valutare la situazione come meno minacciosa e di ridurre gradualmente lo stato di allerta. A partire da questa sicurezza percepita, il bambino può esplorare l’ambiente, affrontare situazioni nuove e tollerare progressivamente la distanza. Di conseguenza, anche un allontanamento temporaneo e prevedibile può essere vissuto come perdita del proprio riferimento di sicurezza e riattivare l’allarme.

Accanto alla risposta fisiologica di allarme, entra in gioco il meccanismo cognitivo che può contribuire a mantenere l’ansia nel tempo. Un modello cognitivo descrive questo processo a partire dall’intolleranza all’incertezza, cioè dalla difficoltà ad accettare di non poter prevedere con sicurezza l’esito di una situazione. Di fronte a un evento anche neutro o quotidiano, l’incertezza può essere interpretata come una possibile minaccia e attivare una domanda anticipatoria: «E se…?».

La domanda «E se…?» apre uno scenario di possibile pericolo: «E se succedesse qualcosa?», «E se non riuscissi ad affrontarlo?». Poiché non è possibile ottenere una risposta certa, la mente continua a formulare nuove ipotesi e a esaminarne le possibili conseguenze, nel tentativo di prevedere ogni rischio e sentirsi più preparata. È questo susseguirsi di domande, risposte provvisorie e nuovi dubbi a trasformarsi in rimuginio. A sostenerlo contribuisce la convinzione che pensare a lungo a ciò che potrebbe accadere aiuti a prevenire il pericolo, trovare una soluzione o comportarsi in modo responsabile. In realtà, la catena di pensieri non risolve l’incertezza, ma mantiene l’attenzione concentrata sulla minaccia, alimentando l’ansia nel tempo. Il processo si mantiene attraverso due vie, che spesso si rafforzano a vicenda. La prima riguarda il modo in cui la persona valuta il problema: la difficoltà viene percepita soprattutto come una minaccia e, nello stesso tempo, la persona si considera poco capace di affrontarla. Questa valutazione aumenta il senso di pericolo e alimenta nuove domande e preoccupazioni. La seconda via riguarda il tentativo di ridurre il disagio evitando ciò che lo provoca: la persona cerca di scacciare i pensieri, distrarsi, ottenere rassicurazioni o sottrarsi alle situazioni temute.

Queste strategie possono offrire un sollievo immediato, ma non permettono di verificare che il problema può essere affrontato e che l’incertezza e l’ansia possono essere tollerate.

Il sollievo temporaneo rafforza quindi l’evitamento, mentre la percezione di non essere in grado di far fronte alle difficoltà alimenta altro rimuginio. Il circolo finisce così per produrre stanchezza, senso di impotenza e demoralizzazione.

Anche il tono dell’umore e gli eventi di vita stressanti possono influenzare questo processo: quando la persona è più vulnerabile o sottoposta a una maggiore pressione, diventa più sensibile ai segnali di possibile minaccia e la risposta d’ansia si attiva più facilmente, anche di fronte a situazioni che in altri momenti riuscirebbe a gestire con maggiore tranquillità.

L’ansia durante la crescita

3-5 anni – Età prescolare

In questa fascia d’età, il bambino non sempre riesce a riconoscere e a esprimere a parole ciò che prova. Per questo l’ansia si manifesta soprattutto attraverso il comportamento e le sensazioni corporee.

Il momento del distacco, in particolare all’ingresso al nido o alla scuola dell’infanzia, può essere vissuto come una temporanea perdita della propria base di sicurezza. Il bambino può allora piangere intensamente, aggrapparsi al genitore, rifiutarsi di entrare o cercare di prolungare il contatto fisico.

Questi comportamenti esprimono il bisogno di ristabilire la vicinanza con la figura di riferimento e di recuperare una sensazione di protezione.

Il disagio può comparire anche attraverso il corpo. Al mattino, soprattutto in prossimità della separazione, possono presentarsi mal di pancia, nausea o vomito. Si tratta di segnali somatici che accompagnano l’attivazione dello stato di allerta e che il bambino può avvertire prima ancora di riuscire a collegarli alla paura del distacco.

Durante l’assenza del genitore, una parte dell’attenzione può rimanere concentrata sul suo ritorno. Il bambino può controllare ripetutamente la porta, chiedere dove si trovi il genitore o faticare a immergersi nel gioco. Anche quando partecipa alle attività, può farlo in modo discontinuo, interrompendosi per cercare conferme sulla possibilità di ricongiungersi con lui.

La ricerca di sicurezza può proseguire anche durante la notte. Il bambino può avere difficoltà ad addormentarsi da solo, chiedere che il genitore rimanga vicino oppure svegliarsi e cercarne la presenza. In questi momenti, la vicinanza del genitore svolge ancora una funzione rassicurante e aiuta il bambino a ridurre lo stato di allerta.

6-10 anni – Età scolare

Con l’ingresso nella scuola primaria, il bambino riesce a immaginare scenari più complessi e la domanda «E se…?» si estende alla prestazione, alle relazioni con i coetanei e alla sicurezza delle figure di riferimento. Può quindi chiedersi: «E se mi interrogano e mi blocco?», «E se nessuno vuole giocare con me?», oppure «E se succede qualcosa alla mamma mentre sono a scuola?».

Queste domande non restano isolate. Nel tentativo di trovare una risposta certa, il bambino può ripercorrere più volte ciò che potrebbe accadere, immaginare conseguenze negative e cercare di prepararsi a ogni eventualità. Il rimuginio emerge spesso la sera, quando diminuiscono le distrazioni della giornata: il bambino torna ripetutamente sugli impegni del giorno successivo, fatica ad addormentarsi e pone le stesse domande per ottenere rassicurazioni.

La rassicurazione può ridurre l’ansia nell’immediato, ma il sollievo dura poco e spinge il bambino a cercare nuove conferme quando il dubbio ritorna.

In questo modo può rafforzarsi l’evitamento: per non provare disagio, il bambino può rifiutarsi di andare a scuola, dormire da solo o fuori casa, partecipare a feste o svolgere attività sportive. Evitando, però, non ha la possibilità di scoprire che la situazione può essere affrontata e che l’ansia può diminuire anche senza sottrarsi.

Parallelamente, può svilupparsi un orientamento negativo al problema: la difficoltà viene considerata troppo grande e il bambino si percepisce come incapace di gestirla. Espressioni come «Non ce la farò mai», pronunciate prima ancora di provare, mostrano come la previsione di fallire aumenti l’allarme, alimenti altro rimuginio e renda l’evitamento ancora più probabile.

11-13 anni – Preadolescenza

In questa fase, l’intolleranza all’incertezza riguarda sempre più l’immagine sociale, il giudizio degli altri e la capacità di muoversi in modo autonomo. La separazione dal genitore non coincide quindi soltanto con la distanza fisica: entra in gioco la necessità di allontanarsi gradualmente dalla propria base di sicurezza, pur continuando ad averne bisogno.

Questa tensione tra desiderio di indipendenza e bisogno di protezione può rendere alcune situazioni particolarmente difficili. Uscire con i coetanei, partecipare a un’attività senza i genitori o dormire fuori casa può suscitare domande come «E se mi sentissi a disagio?», «E se gli altri mi giudicassero?» oppure «E se a casa succedesse qualcosa mentre non ci sono?». Il rimuginio tende a diventare più interno e meno visibile: il ragazzo può immaginare in anticipo reazioni negative, ripercorrere a lungo ciò che potrebbe accadere e cercare mentalmente un modo per evitare errori o imbarazzo.

All’esterno, l’ansia può comparire come irritabilità, chiusura o oppositività proprio nel momento in cui dovrebbe separarsi e uscire. Alcuni ragazzi controllano ripetutamente il telefono per sapere dove si trovano i genitori o per assicurarsi di poterli contattare; altri rinunciano alle uscite, alle feste o ai pernottamenti fuori casa.

Il controllo e l’evitamento riducono il disagio nell’immediato, ma rafforzano l’idea che affrontare la distanza o l’incertezza senza queste protezioni sia pericoloso.

Lo stato di allerta può essere avvertito anche nel corpo, attraverso battito accelerato, sensazione di fiato corto, mal di testa o disturbi gastrointestinali. In preadolescenza questi segnali vengono però più facilmente minimizzati, nascosti o negati, perché possono essere vissuti con imbarazzo o come un segno di fragilità. Di conseguenza, il disagio può risultare meno riconoscibile agli adulti, pur continuando a influenzare le scelte, le relazioni e il percorso verso l’autonomia.

14-18 anni – Adolescenza

Nell’adolescenza il circolo dell’ansia può diventare meno evidente dall’esterno, perché il disagio viene più spesso nascosto, minimizzato o gestito in modo autonomo. L’incertezza può riguardare diversi ambiti: il rendimento scolastico, il giudizio degli altri, le relazioni, le scelte future e la capacità di affrontare situazioni nuove senza avere garanzie sul risultato.

L’orientamento negativo al problema emerge quando una difficoltà viene percepita come troppo grande rispetto alle proprie risorse. Un’interrogazione, un esame, una scelta importante o una nuova esperienza possono essere anticipati come situazioni impossibili da gestire. La convinzione di non farcela può portare a rimandare, evitare il confronto o rinunciare ancora prima di mettersi alla prova.

Per ridurre l’incertezza, l’adolescente può ricorrere a forme di controllo rigido: verificare ripetutamente messaggi e informazioni, prepararsi in modo eccessivo, cercare continue conferme o tentare di prevedere ogni possibile esito. In altri casi prevale l’evitamento: il ragazzo limita le occasioni sociali, si sottrae alle situazioni di valutazione, evita le novità o restringe progressivamente le proprie attività.

Queste strategie attenuano l’ansia nell’immediato, ma rafforzano l’idea che l’imprevisto e il disagio non possano essere affrontati senza controllo o fuga.

Quando il circolo si prolunga, il continuo stato di allerta, il rimuginio e le rinunce possono condurre alla demoralizzazione. Possono comparire stanchezza persistente, irritabilità, disturbi del sonno e calo della motivazione. L’ansia finisce così per interferire con la possibilità di sperimentarsi, prendere decisioni e sviluppare fiducia nelle proprie capacità.

Il ruolo degli adulti: sostenere senza alimentare l’ansia

In tutte le fasce d’età, anche le risposte dell’ambiente possono contribuire, involontariamente, a mantenere il circolo dell’ansia. Si parla di accomodamento quando gli adulti di riferimento, nel comprensibile tentativo di proteggere il bambino o l’adolescente dal disagio, modificano abitudini e richieste, offrono rassicurazioni continue, svolgono alcuni compiti al suo posto o gli consentono di evitare sistematicamente le situazioni temute.

Nell’immediato, questi interventi riducono l’ansia, perché la situazione viene allontanata, controllata o affrontata da qualcun altro. Tuttavia, proprio questo sollievo può rafforzare l’evitamento e trasmettere implicitamente l’idea che la difficoltà sia troppo pericolosa o impegnativa da sostenere.

Il bambino o l’adolescente perde così l’occasione di sperimentare le proprie risorse e di scoprire che l’ansia, dopo essere aumentata, può raggiungere un picco e poi diminuire anche senza fuggire o cercare continue rassicurazioni. Nel tempo, può quindi crescere la dipendenza dall’aiuto esterno, mentre si riducono le opportunità di sviluppare fiducia nelle proprie capacità.

Aiutare non significa eliminare ogni difficoltà, ma accompagnare bambini e ragazzi ad attraversarla, perché possano scoprire di avere le risorse per affrontarla.